Sostenibilità

L’Europa tra ambizioni green e ostacoli concreti

By 12 Giugno 2026Giugno 18th, 2026No Comments
Green e sostenibilità

L’Europa tra ambizioni green e ostacoli concreti: il bilancio di un 2026 in bilico

L’estate del 2026 si apre con un’Europa divisa tra sogni di leadership climatica, Green e sostenibilità, e difficoltà a tradurre le promesse in azioni. Il continente, da sempre in prima linea nella lotta ai cambiamenti climatici, si trova a fare i conti con contraddizioni interne, resistenze politiche e scelte economiche che rischiano di vanificare anni di impegno.

Al centro del dibattito c’è il COP31, il prossimo vertice Onu sul clima in programma ad Antalya a novembre. L’Unione Europea, delusa dall’esito del COP30 in Brasile — dove il testo finale fu svuotato di ogni riferimento esplicito alla transizione dai combustibili fossili — vuole evitare il dramma degli ultimi anni. Parola d’ordine: meno retorica notturna, più implementazione. Wopke Hoekstra, inviato climatico Ue, punterà su due pilastri: l’elettrificazione dei consumi energetici e l’estensione del sistema di prezzo del carbonio (il modello ETS, attivo dal 2005) a livello globale. Un approccio pragmatico, che però fatica a trovare coesione tra gli Stati membri. La Francia, ad esempio, accusa l’Ue di essere troppo morbida con i paesi emergenti, come l’India, e chiede una linea più dura.

Ma è in casa propria che l’Europa mostra le sue fragilità. La Germania, storica bandiera della transizione ecologica, rischia di mancare gli obiettivi 2030: ridurre le emissioni del 65% rispetto al 1990 e raggiungere la neutralità carbonica entro il 2045. Gli esperti del consiglio climatico tedesco non hanno dubbi: il piano del governo Merz sottostima le emissioni future, soprattutto nei settori degli edifici e dell’energia. Le critiche piovono da ogni parte: i Verdi parlano di “schiaffo in faccia”, le associazioni ambientali minacciano ricorsi legali, eppure il governo insiste: “La politica climatica non è meno importante di prima”. Peccato che i numeri dicano il contrario: nel 2025 le emissioni sono rimaste invariate, e il ritmo attuale non basta.

A peggiorare le cose, la guerra in Medio Oriente ha scosso le certezze energetiche dell’Europa, accelerando la corsa alle auto elettriche ma anche riaprendo il dibattito sui combustibili fossili. Qui, lo scontro è frontale: da un lato Francia, Danimarca, Spagna e altri sei paesi che difendono a spada tratta il divieto di vendita di auto a benzina e diesel dal 2035; dall’altro, Germania e Italia che spingono per allentare le regole, magari dando più spazio agli ibridi. “Minare la credibilità delle norme Ue sarebbe un errore strategico”, avvertono i sostenitori dell’elettrico, ricordando che la sicurezza energetica passa anche dalla decarbonizzazione dei trasporti.

E poi c’è il paradosso dei finanziamenti: secondo il rapporto “Banking on Climate Chaos”, stilato da un consorzio di ONG tra cui Rainforest Action Network, Reclaim Finance e Urgewald, le 65 maggiori banche mondiali hanno aumentato dell’8% i finanziamenti alle fonti fossili nel 2025, arrivando a 906 miliardi di dollari. In Europa, Société Générale è finita nel mirino per il suo sostegno a Total Energies, nonostante il calo complessivo degli investimenti fossili da parte delle banche francesi. Un passo indietro che suona come un tradimento degli Accordi di Parigi e che metterà a dura prova la credibilità dell’Ue al COP31.

In questo scenario, qualche segnale positivo c’è: in Germania orientale sta nascendo la pala eolica più alta del mondo, simbolo di una transizione possibile. Ma anche qui, le resistenze politiche (come quelle del partito AfD) ricordano che la strada è ancora lunga. L’Europa sa dove vuole andare, ma mancano il passo e la coesione per arrivarci. Il 2026 sarà l’anno della verità: o si passa dalle parole ai fatti, o il sogno green rischia di svanire.

Green e sostenibilità

L’Europa tra ambizioni green e ostacoli concreti: il bilancio di un 2026 in bilico

L’estate del 2026 si apre con un’Europa divisa tra sogni di leadership climatica e difficoltà a tradurre le promesse in azioni. Il continente, da sempre in prima linea nella lotta ai cambiamenti climatici, si trova a fare i conti con contraddizioni interne, resistenze politiche e scelte economiche che rischiano di vanificare anni di impegno.

Al centro del dibattito c’è il COP31, il prossimo vertice Onu sul clima in programma ad Antalya a novembre. L’Unione Europea, delusa dall’esito del COP30 in Brasile — dove il testo finale fu svuotato di ogni riferimento esplicito alla transizione dai combustibili fossili — vuole evitare il dramma degli ultimi anni. Parola d’ordine: meno retorica notturna, più implementazione. Wopke Hoekstra, inviato climatico Ue, punterà su due pilastri: l’elettrificazione dei consumi energetici e l’estensione del sistema di prezzo del carbonio (il modello ETS, attivo dal 2005) a livello globale. Un approccio pragmatico, che però fatica a trovare coesione tra gli Stati membri. La Francia, ad esempio, accusa l’Ue di essere troppo morbida con i paesi emergenti, come l’India, e chiede una linea più dura.

Ma è in casa propria che l’Europa mostra le sue fragilità. La Germania, storica bandiera della transizione ecologica, rischia di mancare gli obiettivi 2030: ridurre le emissioni del 65% rispetto al 1990 e raggiungere la neutralità carbonica entro il 2045. Gli esperti del consiglio climatico tedesco non hanno dubbi: il piano del governo Merz sottostima le emissioni future, soprattutto nei settori degli edifici e dell’energia. Le critiche piovono da ogni parte: i Verdi parlano di “schiaffo in faccia”, le associazioni ambientali minacciano ricorsi legali, eppure il governo insiste: “La politica climatica non è meno importante di prima”. Peccato che i numeri dicano il contrario: nel 2025 le emissioni sono rimaste invariate, e il ritmo attuale non basta.

A peggiorare le cose, la guerra in Medio Oriente ha scosso le certezze energetiche dell’Europa, accelerando la corsa alle auto elettriche ma anche riaprendo il dibattito sui combustibili fossili. Qui, lo scontro è frontale: da un lato Francia, Danimarca, Spagna e altri sei paesi che difendono a spada tratta il divieto di vendita di auto a benzina e diesel dal 2035; dall’altro, Germania e Italia che spingono per allentare le regole, magari dando più spazio agli ibridi. “Minare la credibilità delle norme Ue sarebbe un errore strategico”, avvertono i sostenitori dell’elettrico, ricordando che la sicurezza energetica passa anche dalla decarbonizzazione dei trasporti.

E poi c’è il paradosso dei finanziamenti: secondo il rapporto “Banking on Climate Chaos”, stilato da un consorzio di ONG tra cui Rainforest Action Network, Reclaim Finance e Urgewald, le 65 maggiori banche mondiali hanno aumentato dell’8% i finanziamenti alle fonti fossili nel 2025, arrivando a 906 miliardi di dollari. In Europa, Société Générale è finita nel mirino per il suo sostegno a Total Energies, nonostante il calo complessivo degli investimenti fossili da parte delle banche francesi. Un passo indietro che suona come un tradimento degli Accordi di Parigi e che metterà a dura prova la credibilità dell’Ue al COP31.

In questo scenario, qualche segnale positivo c’è: in Germania orientale sta nascendo la pala eolica più alta del mondo, simbolo di una transizione possibile. Ma anche qui, le resistenze politiche (come quelle del partito AfD) ricordano che la strada è ancora lunga. L’Europa sa dove vuole andare, ma mancano il passo e la coesione per arrivarci. Il 2026 sarà l’anno della verità: o si passa dalle parole ai fatti, o il sogno green rischia di svanire.