Sostenibilità e consumo sono fortemente connessi. Sono trascorsi due mesi dall’inizio del nuovo anno che è iniziato, lato social, con una nuova challenge.
In questo caso i social “lavorano” per una buona causa e la sfida lanciata a inizio 2025 da Elysia Berman, 35enne di New York City, si chiama “no buy year”.
L’obiettivo di Elysia pare essere quello di riuscire a coprire in questo anno tutti i suoi debiti ma la sfida consiste nel riuscire ad eliminare (ridurre se eliminare non è possibile) le spese considerate superflue (quindi non si parla di affitti, cibo, spese per la salute o lo studio,…) per molteplici motivi: fare economia riappropriandosi della gestione del proprio denaro, eliminare il superfluo e impattare meno a livello sostenibilità, guarire (o non diventare vittime) dalla dipendenza da shopping, imparare a valutare cosa è realmente necessario e cosa no.
A quanto pare in molti hanno raccolto la sfida e sui social l’hashtag sta imperversando.
Nel corso del tempo ci è già capitato di parlare del sovra consumo , che pare essere una concausa tra quelle che non ci consentono di raggiungere gli obiettivi di circolarità, e della necessità di consumare meno.
Ora ci chiediamo: può una singola challenge essere di impulso per un cambiamento nelle abitudini dei consumatori?
Può la spinta a condividere sui social, a mettere in piazza i i propri risultati riuscire là dove il senso di comunità, l’amore per il Pianeta, la paura per un futuro incerto non hanno ottenuto (fino ad ora) risultati? Vero è che l’importanza raggiunta dai social, la necessità di ottenere validazione e riconoscimento, la necessità di costruire connessioni e di sentirsi parte di una comunità sono delle spinte emozionali forti sulla base delle quali i consumatori possono senza dubbio trovarsi a fare cose che, senza la possibilità della condivisione non avrebbero fatto.
A questo punto ci facciamo però una nuova domanda.
E’ possibile che la challenge contribuisca a un minor sfruttamento delle materie prime?
La teoria ci porta a pensare che una minore domanda (derivata dall’adesione massiccia alla challenge) dovrebbe portare a una minore produzione, e quindi a un minor consumo di materie prime.
Ma chi si occupa della produzione sarà così rapido a cogliere i segnali di una diminuzione della domanda e a organizzarsi di conseguenza o rimarrà ancorato all’idea del business, continuando sulla strada della sovra produzione?
Il rischio è di veder aumentato l’invenduto e, a lungo andare, i rifiuti (vedi fast fashion) creando così doppio danno al Pianeta.
La speranza, non contando sulle aziende di grandi dimensioni con catene di approvvigionamento lunghe e complesse e scorte già accumulate, è che almeno le aziende di dimensioni più piccole e più agili si dimostrino in grado di adattarsi rapidamente ai cambiamenti della domanda.
La capacità di adattamento di queste aziende significherebbe per il Pianeta un minor sfruttamento delle materie prime (importante anche se di dimensioni ridotte) e per le aziende non dover far fronte a problematiche derivanti da giacenze di magazzino o costi ingiustificati oltre che un miglioramento della reputazione derivante dal soddisfacimento delle aspettative dei consumatori sempre più attenti alle problematiche ambientale.
Ci sembra quindi, non volendoci addentrare in questioni particolarmente tecniche e non volendo indagare sulle spinte emotive e comportamentali che sollecitano i partecipanti alla challenge ad agire, che qualcosa di buono può alla fine venire fuori da questa singola challenge.
E allora, perché no.
Come abbiamo più volte avuto modo di dire ogni piccola singola azione contribuisce al raggiungimento del risultato e allora la speranza è che ci siano molti consumatori che decidono di impegnarsi per la challenge (anche se si inizia ad anno già avviato, vale) e molte aziende che decidano di non essere più spinte esclusivamente dal business ma che si interessino e si impegnino in azioni volte al benessere globale.
Tu cosa hai deciso di fare?
Sostenibilità e consumo sono fortemente connessi. Sono trascorsi due mesi dall’inizio del nuovo anno che è iniziato, lato social, con una nuova challenge.
In questo caso i social “lavorano” per una buona causa e la sfida lanciata a inizio 2025 da Elysia Berman, 35enne di New York City, si chiama “no buy year”.
L’obiettivo di Elysia pare essere quello di riuscire a coprire in questo anno tutti i suoi debiti ma la sfida consiste nel riuscire ad eliminare (ridurre se eliminare non è possibile) le spese considerate superflue (quindi non si parla di affitti, cibo, spese per la salute o lo studio,…) per molteplici motivi: fare economia riappropriandosi della gestione del proprio denaro, eliminare il superfluo e impattare meno a livello sostenibilità, guarire (o non diventare vittime) dalla dipendenza da shopping, imparare a valutare cosa è realmente necessario e cosa no.
A quanto pare in molti hanno raccolto la sfida e sui social l’hashtag sta imperversando.
Nel corso del tempo ci è già capitato di parlare del sovra consumo , che pare essere una concausa tra quelle che non ci consentono di raggiungere gli obiettivi di circolarità, e della necessità di consumare meno.
Ora ci chiediamo: può una singola challenge essere di impulso per un cambiamento nelle abitudini dei consumatori?
Può la spinta a condividere sui social, a mettere in piazza i i propri risultati riuscire là dove il senso di comunità, l’amore per il Pianeta, la paura per un futuro incerto non hanno ottenuto (fino ad ora) risultati? Vero è che l’importanza raggiunta dai social, la necessità di ottenere validazione e riconoscimento, la necessità di costruire connessioni e di sentirsi parte di una comunità sono delle spinte emozionali forti sulla base delle quali i consumatori possono senza dubbio trovarsi a fare cose che, senza la possibilità della condivisione non avrebbero fatto.
A questo punto ci facciamo però una nuova domanda.
E’ possibile che la challenge contribuisca a un minor sfruttamento delle materie prime?
La teoria ci porta a pensare che una minore domanda (derivata dall’adesione massiccia alla challenge) dovrebbe portare a una minore produzione, e quindi a un minor consumo di materie prime.
Ma chi si occupa della produzione sarà così rapido a cogliere i segnali di una diminuzione della domanda e a organizzarsi di conseguenza o rimarrà ancorato all’idea del business, continuando sulla strada della sovra produzione?
Il rischio è di veder aumentato l’invenduto e, a lungo andare, i rifiuti (vedi fast fashion) creando così doppio danno al Pianeta.
La speranza, non contando sulle aziende di grandi dimensioni con catene di approvvigionamento lunghe e complesse e scorte già accumulate, è che almeno le aziende di dimensioni più piccole e più agili si dimostrino in grado di adattarsi rapidamente ai cambiamenti della domanda.
La capacità di adattamento di queste aziende significherebbe per il Pianeta un minor sfruttamento delle materie prime (importante anche se di dimensioni ridotte) e per le aziende non dover far fronte a problematiche derivanti da giacenze di magazzino o costi ingiustificati oltre che un miglioramento della reputazione derivante dal soddisfacimento delle aspettative dei consumatori sempre più attenti alle problematiche ambientale.
Ci sembra quindi, non volendoci addentrare in questioni particolarmente tecniche e non volendo indagare sulle spinte emotive e comportamentali che sollecitano i partecipanti alla challenge ad agire, che qualcosa di buono può alla fine venire fuori da questa singola challenge.
E allora, perché no.
Come abbiamo più volte avuto modo di dire ogni piccola singola azione contribuisce al raggiungimento del risultato e allora la speranza è che ci siano molti consumatori che decidono di impegnarsi per la challenge (anche se si inizia ad anno già avviato, vale) e molte aziende che decidano di non essere più spinte esclusivamente dal business ma che si interessino e si impegnino in azioni volte al benessere globale.
Tu cosa hai deciso di fare?